Ontologie Lignee
La mia pratica fotografica non è mai un semplice atto di registrazione, ma un esercizio di ascolto e di spogliazione. Ontologie Lignee nasce in questo spazio di silenzio: una ricerca formale ed esistenziale strutturata in dittici, dove il corpo della natura e l'anima della parola si cercano in un dialogo necessario.
A sinistra del dittico si impone la materia pura del legno, scabra e muta.
Di fronte a questi tronchi d’albero avverto una risonanza intima con il mio stesso guardare. La corteccia e gli anelli di crescita condividono con il mezzo fotografico la medesima natura indessicale. Entrambi sono tracce fisiche, impronte ostinate e biologiche di un tempo che è inesorabilmente passato. Fotografare l’albero significa riconoscere una memoria che ha la mia stessa sostanza materiale, una pelle che ha trattenuto le stagioni e le ferite della luce.
A destra, questa memoria organica trova il suo contrappunto nel linguaggio culturale.
Ho steso dell'inchiostro nero sulle pagine di La camera chiara di Roland Barthes, compiendo un rito di sottrazione mutuato dalla poetica della cancellatura di Emilio Isgrò. Coprire le parole è un rito intimo, che addormenta la teoria per risvegliare l'essenza.
Da questo oscuramento grafico emerge una nuova forma di resistenza. Poche parole risparmiate dal nero galleggiano nella pagina come frammenti di un naufragio, trasformando il saggio teorico in poesia visiva.
In questo accostamento, il punctum barthesiano cambia improvvisamente coordinate. Non abita più nei confini di una singola inquadratura, ma trasmigra nello spazio bianco che separa i due elementi del dittico.
È nella fessura tra le rughe del legno e il silenzio dell'inchiostro che lo sguardo viene trafitto, trovando il significato del fotografare non nell'accumulo di informazioni, ma in ciò che si salva quando impariamo a togliere tutto.
Mirko Bonfanti